Paperino Surfista

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domenica 1 maggio 2011

l'atelier della techista



l'atelier della techista



" Le teche sono alla periferia del mondo, reticenti e ciarliere, e rendono forma a certi aspetti del pensiero. Sono un pensiero-forma. Scenari surreali popolati da icone conosciute: un gioco di costruzioni che sigilla un'idea, un pensiero, una narrazione tramite oggetti ricorrenti che riconducono e si ricollegano in un rimescolio simbolico."
( C. G. )




Il portafoto dell'Ikea e Joseph Cornell.

L'Ikea e Paperino Surfista! Queste boxes sono acquistate all'Ikea, sono portafotografie con 3 cm di profondità data dal distanziatore. Ipotizzo che chi le ha create pensasse di offrire l'opportunità di inserire davanti alla foto un ricordino del luogo di vacanza o della persona ritratta; mi piacerebbe saperlo un giorno.  Queste cornicette mi hanno incuriosito, ho avuto il desiderio di occupare quello spazio: la foto dei due fidanzati con la rossa essicata del loro primo appuntamento davanti? Oppure si poteva introdurre qualcosa di più simbolico? Potevano diventare degli altari? Poi Joseph Cornell, maestro dei sogni, è tornato a parlarmi.
Mi permetto una breve digressione su Joseph Cornell.
Guardate l'immagine qui di seguito.

Joseph Cornell "Untitled ( Bébé Marie )", 1940's, MOMA, N.Y.


Vidi per la prima volta quest'opera quando avevo 18 anni alla Biennale di Venezia. Ricordo come in un flash back di essere entrata in una sala e averla trovata entrando sulla mia destra: ne sono rimasta incantata, affascinata e impaurita. Questa creazione è molto inquietante, guardandola dal vivo se ne possono percepire la polvere, l'odore di cantina con la sua sfumatura di muffa, sui polpastrelli il ruvido delle vesti sgualcite della bambola e dei ramoscelli che sono come le sue sbarre; al contempo sembra avanzare in una radura tra gli arbusti ma al contempo le pareti della scatola non le lasciano spazio intorno e forse venisse rovesciata parrebbe essere adagiata in una rozza bara di assi di legno. Forse è una bambola dimenticata dalla bambina che ora è una donna adulta, forse si sente sola o forse è indifferente al suo destino: ma è restata lì dentro, immobile prigioniera ingiallita  il cui sguardo è difficile a reggersi proprio per la sua inespressività.
Ed ecco allora il marchio a fuoco freddo nel cervello, nello spirito: una leggera punturina di cui certo non mi accorsi a quell'epoca in cui tutto mi si apriva davanti e avrei visto e visitato tanti altri luoghi dell'arte, spesso in luoghi non deputati a tali. Per descrivere quello stato d'animo mi vengono in mente le parole dell'angelo Damiel all'inizio de "Il cielo sopra berlino" di Wim Wenders:





  • Quando il bambino era bambino, | se ne andava a braccia appese, | voleva che il ruscello fosse un fiume, | il fiume un torrente, | e questa pozza, il mare. || Quando il bambino era bambino, | non sapeva di essere un bambino, | per lui tutto aveva un'anima | e tutte le anime erano un tutt'uno. || Quando il bambino era bambino, | su niente aveva un'opinione, | non aveva abitudini, | sedeva spesso a gambe incrociate, | e di colpo sgusciava via, | aveva una vortice tra i capelli | e non faceva facce da fotografo.
  • "Song of chilhood" di Peter Handke

    Fatto sta che me ne dimenticai per anni. Perchè così succede a volte. Perchè dovrei mentire ai miei dieci lettori fissi che sovente non mi leggono? Per ora non sono nemmeno arrivata agli storici 25 lettori manzoniani! Per la verità me ne dimenticai per anni a tal punto che quando andai nel 1991 a New York non mi accorsi della presenza di Cornell al MOMA: eppure, in quei mesi di solitudine relativa, al MOMA ci passavo le ore. Quindi sono certa di aver rivisto alcune opere di Cornell ma il mio conscio non mi permette di ricordare.
    Io sono inoltre caratterizzata in generale da una perenne amnesia, sono a-mnemonica: non mi chiedete date, non mi chiedete nomi d'artsiti, non mi chiedete titoli di opere d'arte nè dove le ho viste, non mi chiedete titoli poichè talvolta ricordarmeli è del tutto casuale. Forse per questo faccio teche rammemoranti, i miei promemoria.
    Passano gli anni e arriva un giorno in cui mi reco all'Ikea e me ne torno a casa con una spesa extra: una scatolina in legno ( ora fuori produzione) che resta lì per anni e verrà riempita per caso un pomeriggio primaverile. Quella stessa primavera acquisto in un Mercante In Fiera cittadino una teca utilizzata in un istituto tecnico per mostrare la lavorazione del cotone dal batuffolo sulla pianta al filato. Passa un altro anno ed eccomi di nuovo nel grande magazzino svedese: cerco di nuovo quelle scatole e non le trovo più, così decido di acquistare altre cornici che però hanno una profondità di soli 3 cm. Torno a casa e le ripongo su un ripiano della libreria: e lì hanno preso polvere fino a maggio del 2010. Finchè "Aspettando" ( teca inedita, ancora in preparazione) e "Lisa 18" non hanno preso forma.
    Riprendiamo le fila del discorso. Presumibilmente fui fecondata da Joseph Cornell alla Biennale di Venezia più di vent'anni fa e quando quel seme ha cominciato ad affiorare sul terreno ho istintivamente acquisito le mie prime boxes.
    Dopo quasi un anno mi sono molto affezionata a quello spazio, ormai lo conosco bene perchè lo guardo ogni giorno e immediatamente, come un riflesso condizionato, ci viaggio dentro: avrò già almeno fatto cento teche nella mia testa immaginando/vedendo cosa c'è dentro. I portafoto Ikea fanno parte integrante del mio utilizzo di oggetti di uso comune, reperibili ovunque da chiunque. Cimentarsi con spazi differenti implica un'altra scelta estetica, un altro approccio che per ora nella mia mente è solo un abbozzo. Le teche Ikea sono oggetti seriali, omologati ed omogeniei, riproducibili in un numero indefinito di esemplari, non diversamente da come si riproduce indefinitamente la loro matrice biologica, chi li produce: l'uomo. Protesi esterna, come se aprissimo la teca cranica, come se essa si schiudesse e potesse esibire le sue rappresentazioni, come su una scena. Le teche sono questo. Una teca cranica, una sezione trasversale di teca cranica.


    
    Concrezione di Campari, titolo provvisorio, teca cilindrica
    
    Ispirazione ed imitazione

    Una sera in una trattoria del centro città ho visto appesi alle pareti dei vecchi cassetti di diversa misura, riverniciati in modo volutamente maldestro con colori cupi, quasi sporchi: all'interno vi erano composizioni di oggetti vecchi, materiale elettrico fuori uso, transistors, oggetti arrugginiti, plastica vecchia, pagine ingiallite. Un memento mori, un fermo immagine della decadenza. Così diverse da me, che prediligo colori nitidi, che amo la luce, che uso oggetti apparentemente innocenti con ironia e a volte cattiveria, che trasfiguro innocui pupazzetti giocattolo, che amo le trasparenze.
    Vi sono molti artisti che sono stati ispirati da Joseph Cornell e molti che usano boxes, contenitori ( ho visto anche dei televisori "svuotati" usati come palcoscenico), ho già incontrato altre teche ikea in giro per l'Europa. Ovviamente il punto di partenza non è il supporto, sia che possa essere un portafoto ikea, una scatola bi bottiglie di vino, una tela, i colori ad olio, la creta, il marmo, un rullino fotografico. Cosa potremmo mai scoprire dopo Marcel Duchamp e Lucio Fontana ?
    Proprio Duchamp credeva fermamente che l'arte è quello che noi immaginiamo sia arte.
    Ma questa non deve essere la scusante per unlivellamento verso il basso, verso il low profile.
    Anni orsono assistetti ad un litigio tra due studenti dell'Accademia di Belle Arti che avevano, tra gli altri, partecipato ad una rassegna di giovani artisti che implicava la vittoria di un premio simbolico. La giuria, composta di professori e giornalisti del settore, più il classico politico regionale, assegnò il premio ad uno di loro: un suo compagno la prese molto male e iniziarono a litigare a voce alta. Il primo sosteneva di aver acquisito una tecnica pittorica di gran lunga migliore del vincitore e che non si poteva dar pace per la svista che aveva preso la giuria: ad un certo punto il vincitore, spazientito, gli disse "Chi sa dipingere sei tu, ma l'artista sono io." Ricordo i loro nomi e comunque, se vi interessano gli epiloghi, nessuno dei due fece carriera e se inserisco i loro nomi su Googlesearch non viene fuori quasi nulla.
    L'arte si basa sull'idea, non solo sulla tecnica.



    La Fiera delle vanità, titolo provvisorio, bacheca porta oggetti, in lavorazione
    In un precedente post ( "A volte mi estraneo dalla realtà") ho scritto che chiunque potrebbe/dovrebbe fare le proprie teche e, in un certo senso, penso che qualsiasi persona potrebbe farle, comporle, introducendovi qualunque cosa: oggetti, scritte, materiali diversi, biglietti, ricordini. Prendendendo spunto da un fatto accaduto lo si può o voler ricordare oppure esorcizzare; si può usare lo spazio-teca per rappresentare un sogno, un desiderio, una malinconia, un rimpianto. Vi si può esprimere un pensiero, un ideale, una critica, fare un personale commento, individuare dei protagonisti simbolici e spostarli, ridimensionarli, impoverirli o arricchirli.
    L'individuazione degli oggetti o dei personaggi e la loro collocazione all'interno dello spazio-teca ha molta importanza, come nel palcoscenico teatrale ( vedi "Lo spazio scenico. Storia dell'arte teatrale" di Nicoll Allardyce, pubblicato nel 1971 che studiai quando preparai l'esame di storia del teatro col grande e compianto Gian RenzoMorteo). Non è detto che un'immagine piccola messa sullo sfondo non sia la chiave di lettura dell'intera teca ( vedi l'immagine di Sigmund Freud in alto a sinistra in "Questi fantasmi").
    Non limitatevi a ritagliare un foglio di carta pacco per regali, incollarla sullo sfondo e piazzare con la colla in primo piano un babacetto delle merendine Kinder, perchè il gioco non è questo.

    La casa nella prateria, titolo provvisorio, casetta segnatempo, in preparazione
    Ho guardato per anni, ho osservato per anni: quadri, fotografie, sculture, presepi, vetrine, installazioni, oggetti d'arredamento, copertine di dischi, manifesti di ogni tipo, stoffe, lungometraggi e cortometraggi, sbirciato attraverso finestre e appartamenti illuminati.
    Si può fare tutto ciò che si vuole? Tutto ciò che ci salta in mente? Vale tutto? Assolutamente no e inoltre vanno rispettate alcune regole: proporzioni, armonia dei colori e delle forme, coerenza nel contenuto. Le teche non sono oggetti messi alla rinfusa su uno sfondo scelto a caso sfogliando una rivista o un catalogo di carta da parati. Altrimenti sarebbe sufficiente mezzora per crearne una. Il mio piccolo appartamento, dalla cucina al salotttino, è ormai invaso di buchi aperti, di scatole rivolte verso il mio sguardo, di crateri vuoti o semi vuoti, di contenitori di varia natura i cui palcoscenici attendono i loro attori, la loro scenografia, la loro storia da narrare. Ci sono teche che appaiono lucidamente ai miei occhi e si compongono in un giorno, altre stazionano alla parte da mesi e gli oggetti vanno e vengono: li appoggio su uno sfondo, poi ne aggiungo un altro, poi tolgo il primo e lo appoggio dentro un'altra teca in costruzione, poi ritorno sulla prima idea ma tolgo il secondo oggetto che vi avevo messo e lo sostituisco con un altro ancora. Poi non mi convince lo sfondo e allora smonto tutto e guardo quel foglio di carta appoggiato sul tavolo della cucina e lo fisso come ebete. Mi alzo e vado a prendere il mio album di ritagli e sparpaglio foto e scritte sul tavolo: a volte passo due ore a togliere e mettere, girare, spostare, inserire, eliminare e ancora non vien fuori quello che voglio. Allora ci dormo su, oppure faccio passare giorni o intere settimane prima che l'idea affiori al mio conscio e passi dalla mia testa nelle mie mani. 
    Picasso disse: "Je ne cherche pas, je trouve:"

    I viaggi di Gulliver, titolo provvisorio, portaposate in legno, in preparazione

    lunedì 3 gennaio 2011

    Machinae memorialis, MForneris, il libro


    MForneris

    "MACHINAE MEMORIALIS"

    Le teche sono scene narranti, allestimento di piccoli pezzi di mondo, con il compito, di volta in volta, di rammemorare, di esorcizzare, di interrogare o di riassumere.
    Le teche sono machinae memorialis perchè, come il ductus medievale, sono mappe della memoria e dell'identità di tutti e di ciascuno, per inoltrarsi nella foresta dei simboli e dei rimandi che ci circondano e che hanno fatto di noi ciò che siamo.
    Sono magneti che attirano e respingono secondo un andamento sistolico e diastolico. Creano un gioco di strategia che scompagina i sessantaquattro luoghi della scacchiera del mondo, tra letteratura, cronaca, cinema, costume, musica, pittura e immaginazione, per indurre lo spettatore ad attivare intime e personali connessioni tra i suoi miti ed abitudini e sprigionare altre visioni del mondo.
    Una teca è uno spiraglio, un breve taglio di luce che evidenzia dettagli di norma trascurati ma che, su quel piccolo proscenio, ritrovano senso e poesia. Sono giocattoli, pezzi di giornale, fotogrammi, chincaglieria, materiali recuperati, ma anche disegni, grafiche, collages, assemblaggi di oggetti quotidiani e minimi trasfigurati in ruoli drammatici e di commedia. Un peep show della memoria e delle intimità della mente umana.
    Questo gioco con la storia personale dello spettatore è il motore delle machinae memorialis.

    

    Il libro è consultabile e acquistabile seguendo il link di seguito:

    http://www.blurb.com/bookstore/detail/1881650?ce=blurb_ew&utm_source=widget

    Alcune foto dell'autore con alcuni dei suoi collaboratori:






    Michele Forneris "Machinae memorialis", Blurb.com, 2010

    venerdì 12 novembre 2010

    Mousetrap, teca amuleto - amulet display case

    MOUSETRAP
    teca amuleto
    amulet display case

    "Mi disegni, perfavore, una pecora?"
    "Draw me a sheep!"

     Questa è la prima teca rammemorante che mi ha lasciato ed è una teca biografica, pensata e realizzata per un amico in occasione del suo compleanno. Topo è un suo soprannome e quindi una trappola per topi viene inserita nella teca come un amuleto: infatti la trappola per topi,  ben visibile in primo piano, non è innescata. L'auspicio è che mai nessuno sia in grado di tendergli una trappola e, se così fosse, egli sappia scansarla: e infatti nessun topo è intrappolato nella teca. Sono stata a lungo indecisa se fosse una teca amuleto o una teca talismano, in quanto la differenza tra i due mi faceva propendere in un momento per un oggetto e in un altro momento per un altro.
    L'AMULETO è considerato protettivo/passivo, che protegge o porta fortuna in generale.
    Il TALISMANO è considerato proiettivo/attivo: esso propizia e attira particolari benefici, arrivando anche a donare delle potenzialità al suo possessore.
    Ero indecisa. Poi non lo sono più stata e la teca è diventata un amuleto.

    This is the first display case that left me and it's also a biographical one, created and realized for a friend on the occasion of his birthday. "Mouse" is one of his nick-names and that's why a mousetrap has been integrated in the display case as an amulet: as a matter of fact the mousetrap, that you can easily see in the foreground, is not triggered. The omen is: no one will be ever able to set him a trap and, if this can happen, he will avoid the danger: that is the reason why no mouse is in the trap! For a long time I found myself undecided whether it was an amulet display case or a talisman display case: this decision would have made the case.
    The AMULET is considered to be protective/passive, that protects or generally it brings good luck.
    The TALISMAN is considered to be projective/active: it propitiates and draws blessings, even giving power to the owner.
    I was so undecided. Then the display case become an amulet.
    



    Sullo sfondo sono riportati il finale e il disegno originale dell'autore de "Il Piccolo Principe" di Antoine De Saint- Exupéry, uno di quei libri da leggere ogni cinque anni. Ho letto che nel 1993 è stato dato il nome di 46610 Bésixdouze a un asteroide appena scoperto: è un omaggio al racconto poichè Petit Prince proveniva dall'asteroide B612, che in francese si scrive appunto Bésixdouze. Inoltre 46610 è l'equivalente decimale del numero esadecimale B612, quindi il Piccolo Principe abita proprio lì! Avranno visto la sua capricciosa rosa?

    "C'est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante."

    On a red background the end words and the orignal drawing of "The little prince" by Antoine De Saint-Exupéry, one of those books that should be read every five years. I've heard that in 1993 the name of 46610 Bésixdouoze has been given to a new discovered asteroid: and this is a tribute to the novel because the Little Prince came from the B612 asteroid that, in french, is written Bésixdouze! Furthermore 46610 is the decimal equivalent of the hexadecimal number 612, and so surely the Little Prince lives there!
    Would they have seen his capricious rose?
    "C'est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante."


    Ça c’est, pour moi, le plus beau et le plus triste paysage du monde. C’est le même paysage que celui de la page précédente, mais je l’ai dessiné une fois encore pour bien vous le montrer. C’est ici que le petit prince a apparu sur terre, puis disparu.

    Regardez attentivement ce paysage afin d’être sûrs de le reconnaître, si vous voyagez un jour en Afrique, dans le désert. Et, s’il vous arrive de passer par là, je vous en supplie, ne vous pressez pas, attendez un peu juste sous l’étoile ! Si alors un enfant vient à vous, s’il rit, s’il a des cheveux d’or, s’il ne répond pas quand on l’interroge, vous devinerez bien qui il est. Alors soyez gentils ! Ne me laissez pas tellement triste : écrivez-moi vite qu’il est revenu...


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    Collezione Privata - Private Collection, Torino, Italy

    Collage e assemblage, trappola per topi in legno, matita e pennarello su cartoncino rosso, in cornice Ikea® cm. 16x16x3, 2010
    Collage and assemblage, wooden mousetrap, pencil and felt tip on red cardboard, in Ikea® frame 16x16x3 cm., 2010

    martedì 9 novembre 2010

    Lisa 18,ovvero, cosa succede se Degas fa le parole crociate?, teca indovinello, Lisa 18, or What happens if Degas does crosswords puzzles?, puzzle display case


    LISA 18

     teca indovinello
    puzzle display case

    




    LISA 18, ovvero, cosa succede se Degas fa le parole crociate?
    (English translation below)

    Il tempo è sempre quello della nostalgia.
    Lisa si reca al ballo delle debuttanti, si reca al suo ballo dei 18 anni. Debutta ma è girata di spalle,ci volge le spalle come se non volesse farsi invitare a ballare. Imprime un movimento rotatorio sulle scarpine e guarda indietro. ( "Voltai le spalle al Signore e camminai sul sentiero del peccato"...). Cosa sta osservando? Cosa distrae Lisa con nostalgia? Lisa ha ormai un passato e i panorami della sua anima sono già diventati la sua storia. Si può esser così giovani e già aver nostalgia del passato, già rincrescimento per cosa si è perso? Io l'ho avuta così giovane una nostalgia del passato e continuo ad averla, la mia storia si è già fermata lì una volta, irrimediabilmente, struggevolmente. Quindi la teca è in parte biografica.
    Ma questa Lisa non è solo una giovane donna, è anche la giovane Italia, un paese che non è mai una vecchia signora, ma sempre una giovane donna che oggi ha un trucco un pò pesante e batte un pò troppo il marciapiede: una maliarda che vive di glorie del passato. Le immagini del collage di sfondo sono riconoscibilissime dagli appassionasti di enigmistica, o, meglio, della Settimana Enigmistica®: sono infatti le foto che corredano il famoso cruciverba "Una gita a...?". Per chi non lo conoscesse è un cruciverba indovinello: ci sono le foto di vie, strade, piazze,palazzi, monumenti e chiese di una cittadina di provincia e, completando le caselline, si evince il nome del paese. La particolarità della Settimana Enigmistica® è quella di vantarsi di non aver mai cambiato grafica ed impaginazione, di aver i più numerosi tentativi di imitazione, di esser la prima per fondazione e diffusione.

    Una delle cose più belle di questo cruciverba, che con le parole crittografate e i terribili Ghilardi e Bartezzaghi, è uno dei miei preferiti, è sicuramente la scelta delle foto pubblicate. Sebbene siamo nel 2010 le foto risalgono sempre almeno a vent'anni prima: lo si vede dal tipo di auto che ci sono nelle foto e da come instrade e piazze e corsi siano quasi sempre assenti macchine parcheggiate. Anche i colori delle foto sono quelli delle cartoline degli anni '50 e '60: l'ora del giorno è sempre la stessa, rarissimamente ci sono esseri umani in giro.
    Questa è un'altra ragione per evocare l'estraneità di Lisa alla vita, perchè lei guarda le cose e non può o non vuole parteciparvi. Ma anche con questa vita che doveva iniziare, questa vita al suo debutto bruscamente interrotta, anche se ha voltato le spalle a chi la guarda negli occhi Lisa balla leggera sulle punte, Lisa porta con sè la sua armonia, la sua leggiadria: non è pesante, non mostra il suo vero volto di lacrime perchè Lisa non lo ritiene necessario, questa è la sua replica ( nel senso di controrisposta adeguata) al mondo.E anche se siamo al tempo del suo esordio il mondo di Lisa, il suo mondo interiore di cui noi non vedremo mai il vero volto, è fermo, è statico, è tragicamente anacronistico.
    Questa è una teca biografica, ahimè, storica, perchè Lisa è anche l'Italia, ed è una teca indovinello, il cui vero titolo celato dovrebbe venir fuori dalle indicazioni presenti nella teca stessa.

    Lisa ama il pluriball

    LISA 18, or What happens if Degas does crossword puzzles?

    Nostalgia always sets the tempo.

    Lisa goes to the Débutantes’ Ball, the ball to celebrate her eighteenth birthday. She makes her début but has her back to us, as if she did not want to be invited to dance. She applies a rotatory movement to her ballet shoes and looks backwards. (“I turned my back on the Lord and walked in the path of sin...”). What is she looking at? What is it that distracts Lisa with such nostalgia? Lisa now has a past and the panoramas of her soul have already become her history. Can one be so young and still feel nostalgia for the past, regret for what has been lost? I felt such nostalgia for the past when I was young and continue to feel it now, my story has already stopped there once, irremediably, with such yearning. The display case is therefore in part biographical.
    But this Lisa is not only a young woman, she is also the young Italy, a country which never becomes an old lady, but always remains a young woman, a little too heavily made-up and a little too fond of walking the streets: an enchantress who lives through former glories. The images of the backdrop collage are instantly recognisable to puzzle fans, or rather, to devotees of La Settimana Enigmistica® (Italy’s “Puzzle Weekly®”): they are, in fact, the photos which accompany the well-known crossword entitled “A trip to...?” For the uninitiated, it is a puzzle/crossword with its photos of streets, roads, squares, buildings, monuments and churches of a provincial town whose name is revealed when the boxes are correctly filled in. La Settimana Enigmistica®’s boast is that it has never changed its graphics or page layout, that it has the greatest number of imitators and that it is first both in terms of the date it was founded and of circulation.

    One of the nicest things about this crossword puzzle (which, with its cryptographic words and the terrible duo of Italian crossword compilers Ghilardi and Bartezzaghi, is one of my favourites) is undoubtedly the choice of photos published. Despite the fact that it is now 2011, the photos always date back to at least twenty years ago, as can be seen from the type of cars depicted in them and by how along streets, avenues and squares, parked cars are conspicuous by their absence. The colours of the photos, too, are reminiscent of those postcards from the 50s and 60s: the time of day is always the same and rarely are there any people to be seen going around.
    There is another reason for recalling Lisa’s estrangement from life, in that she merely watches things and cannot, or does not want to, take part in them. But even with this life which is supposed to have started, this début to life so rudely interrupted, even if she has turned her back on those who gaze into her eyes, Lisa carries on dancing lightly on tiptoe. And Lisa carries with her both her harmony and gracefulness: she is not cumbersome, she does not reveal her true tear-stained face because Lisa does not think it necessary; this is her reply (or replay?), her fitting counter-response, to the world. And even if here we are at the moment of her début, Lisa’s world, her interior world whose true face we shall never see, is stationary, static, tragically anachronistic.
    This is a biographical display case, unfortunately now historical, because Lisa is also Italy; it is a puzzle-display case whose real hidden title can be gleaned from the indications contained in the display case itself.


    Lisa 18 ama annusare i rossetti

    
    traduzione by Marmaduke

    Collage e assemblage, ballerina in plastica, numero di attesa, collage di ritagli da "La Settimana Enigmistica®", in cornice Ikea® cm. 16x16x3, 2010
    Collage and assemblage, plastic little dancer, waiting number, collage of scraps from "La Settimana Enigmistica"®, in Ikea® frame 16x16x3 cm. , 2010